"La grande bellezza"
"LA GRANDE BELLEZZA"
Negli ultimi mesi ho sentito parlare molte volte di questo film di Sorrentino e ogni volta era un parere diverso e contrastante con gli altri. Così, dopo gli ennesimi giudizi discordanti di due conoscenti, ho deciso di vederlo per poter dare anch'io la mia opinione.
Non so che aggettivo utilizzare per descriverlo in breve: fantastico, stupendo, magnifico sono aggettivi che in realtà dicono tutto ma non esprimono niente.
Premetto che la mia conoscenza di Sorrentino e i suoi film si basava unicamente su "This must be the place", che in pochi hanno visto purtroppo, ma che a me ha colpito molto per la sua intensità e la capacità di analizzare la decadenza interiore di un ormai ex rockstar.
Non sapevo che aspettarmi da "La grande bellezza" e vi ho trovato tutto quello che cercavo e non sapevo.
Gli attori sono uno più bravo dell'altro: anche Sabrina Ferilli mi ha sorpresa in positivo. Indubbiamente una menzione d'onore spetta a Toni Servillo, che dà vita al protagonista Jep Gambardella interpretandolo in maniera sublime. Riesce a mostrare la vacuità della vita che conduce e le emozioni, spesso contrastanti, che prova nei diversi contesti. Leggendo qua e là la trama mi aspettavo di trovare un vecchio incapace di ammettere a se stesso la sua vecchiaia, che con i soldi credeva di poter arrivare a qualsiasi cosa. Insomma, un personaggio insipido, odioso e altezzoso. Invece Jep è un signore 65enne che, arrivato a questa soglia di età, comincia a pensare al suo passato e alla sua giovinezza con uno sguardo laconico e malinconico, soprattutto se rapportato al presente superficiale e artificioso in cui è costretto a dimenarsi. Più la storia va avanti più si fa pressante questa sua nostalgia di un tempo e di un sè che furono.
«Mi chiedono perché non ho più scritto un libro. Ma guarda qua attorno. Queste facce. Questa città, questa gente. Questa è la mia vita: il nulla. Flaubert voleva scrivere un romanzo sul nulla e non ci è riuscito: dovrei riuscirci io?».
Sembra essere l'apoteosi della mancanza di speranze, invece arriva una sorta di colpo di scena finale, poiché Jep decide di accettare l'incarico per un reportage sul naufragio della Concordia all'Isola del Giglio. E proprio qui, ricordandosi dell'incontro con Elisa, il suo primo e forse unico amore,si riaccende in lui una luce: e da quella luce nascerà il suo prossimo romanzo.
"Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c'è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L'emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell'imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c'è l'altrove. Io non mi occupo dell'altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco".
La vera protagonista insieme a Servillo è, però, la città di Roma, che con la sua bellezza incontrastata regna sovrana. Ogni tanto Sorrentino ci regala un angolo o uno scorcio improvviso e che esso sia il Colosseo o il Gianicolo resta intatta la sua grande maestosità. L'unica grande bellezza in realtà è riferita proprio alla capitale che, dopo secoli e secoli, riesce a conservare la magia che l'ha resa famosa in tutto il mondo. Per il resto ci si accorge ben presto che le persone con cui ha a che fare il protagonista sono soltanto involucri vuoti, che conducono una vita apparentemente intrigante e soddisfacente, ma che in realtà sono profondamente infelici e insoddisfatti.
E' la metafora delle condizione che, purtroppo, vive molta gente di mezza età. Arrivata al giro di boa della propria vita inizia a tracciare un bilancio dell'esistenza compiuta e si rende conto di avere in realtà non vissuto e di essere stato semplicemente spettatore della propria vita e di aver recitato per tutto il tempo una maschera in cui magari non si ritrova affatto.
Ho apprezzato molto anche la musica, curata da Lele Marchitelli, che mescola sacro e profano, la fotografia di Bigazzi e la scenografia di Cella. E infine l'importanza che Sorrentino dà ai dettagli, che sembrano fuori luogo e staccati dal resto della storia, ma in realtà si agganciano perfettamente all'interiorità di Jep.
In questo capolavoro c'è tutto: amore, morte, vizi, ipocrisia, falso moralismo, inganno, apparenza, vecchiaia, nostalgia, malinconia, speranza.
Spero vivamente che riesca a conquistare l'Oscar perché se lo merita pienamente. Credo lo rivedrò presto e non sarà di certo l'ultima volta.
Alfy
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